La quarantena ci ha cambiato? Cosa succederà alla percezione che noi abbiamo dell’altro e del mondo fuori dalle nostre abitazioni? Chi è l’Altro? Rispondere a questi interrogativi non si può fare in modo assoluto perchè è necessario calarli sia nella complessità delle storie personali di ognuno sia nel personale modo di affrontare quest’emergenza, quindi sarebbe riduttivo provare a dare delle risposte univoche. Tuttavia possiamo condividere alcune riflessioni.
Soli o isolati?
La distanza è diventata improvvisamente una variabile distintiva nelle nostre relazioni (come approfondisco nel mio articolo qui) ma ciò che fa la differenza è il modo in cui si è vissuta e percepita questa distanza. In un certo senso gli effetti negativi di questa precauzione fisica sono stati inversamente proporzionali ai tentativi possibili di colmarla: mi spiego meglio. Cercare un contatto virtuale con i propri cari, impegnarsi in attività consentite dalle norme ministeriali, far leva sulle proprie risorse e capacità di fronteggiamento delle avversità hanno permesso agli individui di sentirsi meno isolati, attraverso una possibilità residua di scambio che ha consentito di ridurre in parte le conseguenze negative dell’isolamento. Sentirsi soli ma non isolati è un fattore “prognostico” importante per la serena ripresa della quotidianità.
La nostra casa è la nostra protezione
Stare in casa è stato finora un comportamento protettivo, a tutela personale e della comunità. La nostra abitazione non è stata una prigione bensì un riparo e il nostro rimanere in casa non è stato uno stallo ma un comportamento attivo di prevenzione. Stando in casa abbiamo contribuito attivamente a far sì che i numeri di questa epidemia migliorassero. Tale permanenza però ha accentuato la percezione di pericolo nei confronti dell’esterno, non solo in termini di spazi e luoghi ma anche in termini di scambi interpersonali. Il desiderio di tornare ad una parvenza di normalità è impellente, tuttavia l’Altro può essere vissuto come minaccioso e questo può farci sperimentare un’angoscia relazionale, alla cui base c’è l’istinto di conservazione e protezione. In qualche modo i nostri confini personali e familiari si sono irrigiditi. E’ importante tornare a filtrare adeguatamente lo scambio tra “dentro” e “fuori”, avendo presente che il nemico è il virus, non l’individuo e in quest’ottica utilizzare buon senso e attenzione nell’applicazione delle norme, al fine di poterci relazionare all’altro senza demonizzarlo.
Come eravamo e come siamo
Un’ultima riflessione riguarda il nostro modo di essere in relazione con l’esterno, immaginando l’avvento di questa pandemia come uno spartiacque tra un prima e un dopo. Noi siamo gli stessi che eravamo e in questo senso possiamo attingere alle risorse che avevamo dentro di noi anche prima, e che sicuramente ci sono anche adesso. Di fatto però la condivisione di questa esperienza surreale e difficile ha lasciato sicuramente degli strascichi, soprattutto per quanto riguarda il rapporto che abbiamo con l’Altro e con il mondo. Proviamo ad immaginare il nostro sistema familiare come un contenitore: le pareti di questo contenitore possono essere permeabili come spugne o isolanti come silicone. Come vedevamo prima l’esterno? Era percepito da noi come fonte di pericolo oppure eravamo più aperti all’Altro? I nostri confini personali e familiari quanto erano permeabili? E come sono adesso? Quante domande…
Sicuramente la nostra percezione dell’Altro affonda le radici su un sistema di regole di comportamento implicite, che spesso si tramandano tra generazioni di una stessa famiglia e che influenzano la nostra visione del mondo. Questa emergenza potrà aver modificato in parte queste modalità, irrigidendo o allentando le pareti del contenitore di cui parlavamo prima.
Dott.ssa Giulia Panella